La crisi della Chiesa

8 agosto 2010

Nei giorni di festa solamente pochi vanno alla messa; non rimangono fino alla fine e si accontentano di toccare l’acqua santa, salutare con genuflessione la Madonna o baciare la statua di un santo. Le feste più sacre, la stessa notte di Natale, si passano fra ogni genere di dissolutezze, giocando alle carte, bestemmiando, profferendo parole oscene; il popolo, se lo si redarguisce, si scagiona col dire che i gran signori, i chierici e i prelati lo fanno senza essere puniti. La vigilia delle feste si balla nelle chiese stesse al canto di canzoni lubriche; i preti danno l’esempio passando quelle notti di vigilia fra i dadi e le bestemmie

Tratto da L’autunno del Medioevo di Johan Huizinga.

Glasnost vaticana? Non possumus

18 aprile 2010

Non possumus. La Chiesa non è un club che espelle chi ne violi regole ed etichetta, è una madre accogliente, che protegge, ripara, e concede diritti d’asilo. E sulla mitica “trasparenza” invocata dai giustizialisti dovrebbe finalmente allargare le braccia e pronunciare le famose parole, non possumus, rassegnandosi all’incomprensione e all’ostilità del “mondo”. Qualche giorno fa il portavoce vaticano aveva criticato una lettera del cardinale Darìo Castrillòn Hoyos, prefetto della Congregazione del clero, il quale nel 2001 lodò il comportamento del vescovo di Bayuex-Lisieux, che non aveva denunciato un prete della sua diocesi accusato di pedofilia e per questo era stato condannato a tre mesi di prigione con la condizionale. Ora si apprende che il cardinal Castrillòn Hoyos per quella lettera aveva avuto il via libera da Giovanni Paolo II : e giustamente, perché il vescovo di Bayeux-Lisieux si era rifiutato di rivelare segreti che aveva appreso in confessionale. Inevitabile che chi non comprende, perché privo della luce della fede, il mistero del sacramento della confessione parli ora di “copertura” e punti il dito contro papa Wojtyla. Ma altrettanto inevitabilmente, da parte ecclesiastica, bisognerebbe precisare che le categorie del secolo non sono quelle della Chiesa. Non c’è esigenza di “trasparenza” che tenga : il segreto del confessionale è inviolabile da qualunque potere mondano. Lì siamo veramente al sicuro da intercettazioni, fughe di notizie e delazioni : lì dobbiamo vedercela solo con Dio. Non è una garanzia di riservatezza (privacy), ma un’opportunità per essere veramente sinceri, sottratti al giudizio della società e portati al cospetto del giudizio, ben più temibile, di Dio… Del resto, il conflitto, su questo punto, non è nuovo, è stato già occasione di scontri e anche di divertenti ricostruzioni. Il fatto è che la Chiesa, come ha molto opportunamente ricordato Giuliano Ferrara, non è una repubblica : “La chiesa si occupa del peccato, che è una cosa più complessa del reato, che non si lascia classificare nello stesso modo, che ha un ambito di giudizio universale, caso per caso, diverso dalle procedure eguali, omologanti, standard, del diritto… La chiesa, specie quando si tratti di preti, maneggia un ministero sacramentale che trascende necessariamente le regole ordinarie con cui si trattano le fattispecie di reati nei tribunali civili”. Concludeva il direttore del Foglio : “Se questo dato non viene compreso e riconosciuto, con spirito tollerante e laico, l’accusa alla chiesa diventa intolleranza ideologica”. Questo spirito “laico”, che Ferrara consiglia a chi guarda la Chiesa da fuori, bisognerebbe forse suggerire anche a chi vi sta dentro.

“Inaccettabile”/2

14 aprile 2010

Leggo solo ora Andrea Tornielli, che offre un retroscena sui furori francesi anti-Bertone. Il segretario generale aggiunto del ministero degli Esteri di Parigi è “Jean-Loup Kuhn-Delforge, attivista gay, che venne proposto dal governo francese quale ambasciatore presso la Santa Sede ma che l’anno nel 2008 non ottenne il gradimento vaticano”. Più che opportuno, allora, il consiglio che davo: “pas trop de zèle!” che sennò vi fate scoprire.

E a proposito di omosessualità e pedofilia, sempre Tornielli offre un interessante e “inaccettabile” spunto di riflessione.

“Inaccettabile”

14 aprile 2010

Oggi il criterio di giudizio non è la verità ma l’accettabilità. La distinzione fondamentale non è fra tesi vere e tesi false, ma fra tesi accettabili e tesi “inaccettabili”.

Fatta la premessa, passo al caso concreto.

Da qualche settimana si discute pubblicamente di un tema spinoso, che si può sintetizzare in una domanda: esiste una relazione tra celibato ecclesiastico e pedofilia? Secondo il teologo Hans Küng, per esempio, “la regola del celibato” è “una delle cause strutturali” degli episodi di abusi sessuali sui minori, e pertanto andrebbe abolita. Per dirla in modo poco raffinato ma certo efficace, “la pedofilia è una conseguenza della castità forzata”: così Tullia Zevi, già presidente dell’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane), la quale si domanda anche, accorata: “Quando mai lo capirà la Chiesa?”. Anche Corrado Augias individua un nesso tra pedofilia e continenza sessuale: “Il celibato non ha nulla di teologico né di evangelico”, dice, con la buffa superbia degli orecchianti (in realtà è vero l’esatto contrario: la sola giustificazione del celibato ecclesiastico è teologica ed evangelica): “E’ una decisione amministrativa quindi revocabile quando le circostanze sembrino suggerirla. Le circostanze francamente sembrano suggerirla”. Naturalmente sui giornali si leggono anche opinioni contrarie (per esempio questa). La tesi, insomma, è controversa, come suol dirsi, ma – ciò che conta – è considerata accettabile. Non è obbligatorio credere nel rapporto tra celibato e pedofilia. Forse, a pensarci bene, non esistono nemmeno studi e ricerche a sostegno di questa tesi, ed evidentemente ci sono molte statistiche che la rendono quanto meno problematica. E tuttavia: è una tesi che ha diritto di cittadinanza: se ne discute liberamente.

L’altro giorno però il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, è intervenuto in questa discussione in modo originale e imprevisto. Non c’è nessun legame tra celibato e pedofilia, ha detto. E però, ha continuato, molti psicologi “hanno dimostrato, e me l’hanno riferito recentemente, che esiste una relazione tra omosessualità e pedofilia”. Ecco, di quest’altra tesi (poi rettificata, ma il problema evidentemente non è questo) non si può, non si deve discutere. Per principio. Trattasi di argomento tabù. Non ci interessa se ci siano o non ci siano studi o ricerche in proposito, come sostenuto: semplicemente, non permettiamo che se ne parli o se ne scriva. Alcune reazioni all’intervento del cardinale sono state poi fin troppo esagitate: è addirittura intervenuto il ministero degli Esteri francese a rampognare Bertone (surtout, pas trop de zèle!, si vorrebbe suggerire al Quai d’Orsay, che è sembrato per un attimo trasformarsi in una sezione dell’Arcigay…).

In conclusione, secondo il criterio dell’accettabilità, dopo aver assistito al dibattito su celibato e pedofilia non assisteremo a un dibattito su omosessualità e pedofilia. Perché criticare il celibato si può, criticare l’omosessualità è vietato (e in certi Paesi, pure reato).

La mala educación/2

7 aprile 2010

Se ne parlava qua. Un aggiornamento, qui.

Un’accusa non è una prova

4 aprile 2010

Oggi Avvenire pubblica la lettera di una donna che ricorda il suo parroco, morto dieci anni fa di crepacuore. Si tratta di don Giorgio Govoni.

Digiuno e libertà

1 aprile 2010

Secondo l’insegnamento biblico e patristico, l’essere umano è un’unità inscindibile di anima e di corpo: la persona non è quindi circoscrivibile al solo corpo o alla sola mente. E questi due elementi non sono solo uniti ma anche strettamente interdipendenti. Gli umori, le sensazioni, i dolori dell’uomo sono quasi sempre psicofisici: coinvolgono cioè parimenti il corpo e la mente. Ad esempio la rabbia, la brama, la depressione, la noia, ecc., come anche la scienza dimostra, sono malattie dell’anima, ma contemporaneamente anche del corpo: possono dipendere infatti da squilibri del sistema nervoso od ormonale, dall’assunzione di certe bevande o certi farmaci, dalla mancanza di sali minerali o di altre sostanze, e così via. Il nostro organismo corporeo ha quindi un ruolo molto più importante di quello che generalmente crediamo, in relazione alla nostra pace mentale e alla nostra interiorità.

Quelli che crediamo essere aspetti puramente mentali (così appunto la rabbia, i pensieri tristi o allegri, ecc.) sono invece semplicemente dei “meccanismi” del nostro organismo psicofisico. L’errore che compiamo sovente è quello di identificarci con questi nostri impulsi. Se una sostanza chimica con effetto narcotico presente in un certo cibo induce il mio stomaco a bramare quel cibo e di conseguenza il mio sistema nervoso trasmette questi stimoli al mio cervello, sono portato a pensare: “Io desidero quel cibo, sono io che lo voglio”. Se una martellante campagna pubblicitaria insinua nella mia mente, anche attraverso metodi neurolinguistici subliminali, che un certo prodotto è desiderabile e necessario, penso: “Quel prodotto mi piace; io credo che sia necessario; io lo voglio”. Ma non ci rendiamo conto che questo “io” e questo “io voglio”, non sono il nostro vero io, bensì solo una costruzione psicofisica condizionata da mille effimeri fattori esterni. Di fatto, quindi, la nostra presunta “libera volontà” non è altro che un agire meccanico, a mo’ di automi, sulla base di impulsi e stimolazioni. Dov’è allora il vero io dell’uomo e il suo libero arbitrio? Esso esiste, ma per identificarlo dobbiamo smetterla di identificarci con questi processi psicofisici, che i Padri chiamavano “passioni”. Quando cominceremo a renderci conto che “io non sono questa mia rabbia”, “io non sono questo mio desiderio”, “io non sono questi pensieri che mi attraversano lo schermo della mente”, allora e soltanto allora possiamo ritrovare il nostro io autentico, cioè la nostra vera identità (il cuore, lo spirito, l’anima) e possiamo anche tornare a pregare e a rivolgerci a Dio con una mente limpida e consapevole, e non invece agitata e annebbiata da continui pensieri, distrazioni, immagini.

Liberarci dunque dalle “passioni” e soprattutto dall’identificazione con esse, è un lavoro essenziale per ogni uomo, ma soprattutto per il credente, che vuole avere una mente capace di “pensare Dio”. Questo “lavoro interiore”, questa “pratica”, questo “allenamento”, come lo chiamano i Padri, è però oggi (e non solo oggi) sovente ignorato e trascurato dai cristiani: si pensa che queste siano cose da “psicoterapia” o da “meditazione buddhista”. Ma, ai fini del nostro discorso sul digiuno, non potevamo non richiamare l’importanza di questo aspetto all’interno della vita cristiana. Il digiuno è stato infatti sempre inteso dalla tradizione della Chiesa come uno strumento di questo “lavoro”.

Il primo passo, naturalmente, consiste nel prendere atto (attraverso una costante e sistematica opera di introspezione della mente e di attenta osservazione del proprio agire e reagire psichico, durante la vita quotidiana) della propria dipendenza dagli impulsi delle passioni e di come siamo letteralmente schiavi dei desideri, dei piaceri, dei gusti, delle emozioni, ecc. Molte volte, ad esempio, vorremmo dedicarci a qualche attività che riteniamo importante e utile (leggere un libro, pregare, aiutare qualcuno che ne ha bisogno…), ma “non ci riusciamo”, perché l’abitudine a mangiare continuamente ci tiene al guinzaglio e ci dice: “Devi mangiare qualcosa”, anche se avevamo pranzato appena due ore prima; e se stiamo per prendere un pezzo di pane, la golosità incalza: “Solo un po’ di pane? Cucinati un bel dolcetto”, e se mancano gli ingredienti: “Vai al negozio a comprarli”, e se in quel negozio non li troviamo: “Prendi la macchina e vai al supermercato”, e così via. Volevamo leggere, volevamo pregare, ma le “passioni” ce lo hanno impedito. Esse ci governano. Non siamo persone libere.

Ci accorgiamo allora di quanto sia assurdo tutto quel tempo, tutto quel frastuono e indaffararsi, tutto quel denaro speso “per servire il ventre come se fosse un sovrano implacabile” (Basilio, De ieiuno sermo). Ci rendiamo conto, come diceva Clemente di Alessandria, del “gran numero di malattie”, che credevamo solo innocui gusti ed abitudini: “l’amore per la carne a tavola, per il vino, per le donne, il libertinaggio e ogni genere di ricerca del piacere: e su tutto ciò regna sovrana la concupiscenza. Accanto a queste cose poi si moltiplicano, come loro sorelle, innumerevoli passioni, le quali tutte insieme costituiscono lo stile di vita libertino” (Paedagogus). Uno stile di vita in cui la libertà dell’uomo è ridotta al minimo: tutto quello che il soggetto compie è dettato non da lui stesso, ma dalle sue consuetudini inveterate, dai capricci della gola e della lussuria, dall’avidità, dalla paura, dall’attaccamento.

Presa coscienza della propria non libertà, bisogna di conseguenza intraprendere un lavoro spirituale per riacquistare la libertà. Questo lavoro è quello che generalmente chiamiamo disciplina ascetica (dal greco askesis, “allenamento”), in cui il digiuno ha un posto di assoluto rilievo. Esso consiste essenzialmente nell’esercitarsi a rinunciare ai piaceri, in modo tale da acquisire la capacità di farne a meno; e questo – va sottolineato – non perché essi siano in sé cattivi, ma solamente perché troppo spesso ne siamo dipendenti e condizionati, e ne siamo talmente soggiogati da essere incapaci di resistere, anche quando lo vorremmo.

Per questo motivo, nei giorni di digiuno si considerano vietati non solo la carne (ed eventualmente il vino, le uova, ecc.), ma anche tutti i cibi molto piacenti e allettanti. Soprattutto, “bisogna evitare quei cibi che, seducendo l’appetito, ci inducono a mangiare anche quando non abbiamo fame” (Clemente di Alessandria, Paedagogus), come capita molto spesso. Nei giorni di digiuno (e non solo) bisogna dunque accontentarsi di cibi “che abbiamo sotto mano” e “più banali”: “l’osservanza della Quaresima” e di ogni altro digiuno deve essere infatti “un freno alle vecchie brame” e non, attraverso la ricerca di cibi speciali, “l’occasione per nuovi piaceri” (Agostino, Sermones). I Padri poi suggeriscono di praticare l’ascesi anche nel bere (cioè frenare un po’ la voglia di bere acqua) e di non mangiare mai fino a raggiungere la completa sazietà, ma fermarsi prima; di evitare soprattutto quella pessima abitudine che consiste nell’avere sempre qualcosa in bocca o nel mangiare e bere ogni volta che se ne abbia l’impulso (cosa che non solo è contraria alla salute, ma è anche indice di una completa mancanza di autodisciplina e di padronanza di sé); e infine, come sappiamo, astenersi da certi particolari alimenti (carne, latte, uova…). “Non per la superstizione di un’osservanza – ci ricorda Origene -, bensì per la virtù della continenza” (In Leviticum homiliae), cioè per imparare a trattenersi e padroneggiarsi. Ora, se una persona non è capace di resistere a un dolce alla crema, ci si può forse aspettare che riesca a resistere alla seduzione, ben più forte, della libidine e dell’adulterio?  Se vuole essere una persona che rimane fedele al proprio coniuge e capace di resistere al fuoco di un viso, di un corpo, di una voce piacenti, dovrà prima allenarsi a trattenersi di fronte al profumo di un arrosto. In questo senso “il digiuno è una scuola di autocontrollo (continentia)”, dice Ambrogio (De Elia et ieiunio).

E’ chiaro quindi che la “continenza”, intesa in questo senso, è una virtù fondamentale, per sviluppare la quale il digiuno è solo uno dei mezzi. Lo spiega molto bene uno dei grandi Padri siriaci, sant’Efrem: “Vi è una continenza della lingua: non dire parole inutili e superflue, trattenere la lingua dal parlare male degli altri, dall’imprecare, dal dire cose volgari, trattenere la lingua dal seminare zizzania, dall’accusare il prossimo, dal divulgare cose segrete e dal curiosare sulle faccende altrui. Vi è una continenza dell’udito: non mettersi ad ascoltare cose inutili. Vi è una continenza degli occhi: essere padroni della propria vista e non puntarla o lasciarla cadere su cose voluttuose o indecenti. Vi è una continenza dell’iracondia: padroneggiare la rabbia, cosicché non si incendi velocemente (…). Vi è una continenza riguardo ai cibi: vincere sé stessi e non cercare pietanze sovrabbondanti o leccornie, né mangiare fuori dalle ore stabilite, né lasciarsi tiranneggiare dallo spirito di voracità o dal piacere nel guardare la bellezza dei cibi, né desiderare continuamente alimenti diversi. Vi è una continenza riguardo al bere: controllarsi e non lasciarsi andare al bere vino, al gusto dei cibi raffinati, al bere vino con larghezza, né ricercare continuamente bevande diverse e il piacere di bibite artificiali…” (Sermo XII de continentia, secondo la versione greca)

Sempre in quest’ottica, i giorni di digiuno sono anche, per gli sposati, giorni di astinenza dai rapporti, un’astinenza consigliata per le stesse motivazioni per cui si consiglia l’astinenza dal cibo. (…)

Ma torniamo al discorso sull’utilità della disciplina del digiuno. Abbiamo visto quanto sia vantaggioso per gli uomini imporsi dei limiti ed esercitarsi alla rinuncia. Va aggiunto però che a questo scopo è di grande aiuto essere tenuti a rispettare regole e formalità “obbliganti”, dettate ad esempio dalla Chiesa. Spiega infatti san Basilio: “E’ bene decidere di astenersi per un certo tempo da qualche cibo o bevanda? (…) No, perché qualsiasi decisione presa secondo la propria volontà è pericolosa” (Regulae brevius tractatae); “la temperanza infatti consiste non nell’astenersi dai cibi materiali (…), bensì nella completa astensione dalla propria volontà” (ibid.). E molto utile dunque che ci atteniamo semplicemente alle regole della tradizione cristiana (sui cibi da cui astenerci in digiuno, sugli orari dei pasti, ecc.) in modo da ridurre al minimo la creatività e l’esuberanza della nostra volontà, essendo proprio essa che stiamo cercando di domare e disciplinare.

Dag Tessore, Il digiuno, Città Nuova, 2006, pp. 40-46)

“Il chiacchiericcio delle opinioni dominanti”

28 marzo 2010

Se il papa ragionasse come un politico o come un imprenditore, bisognoso di tutelare la propria immagine o il proprio brand, il recente sondaggio (tutti noi – ça va sans dire – ci fidiamo ciecamente dei sondaggisti) pubblicato dalla rivista tedesca Stern e rilanciato dall’inglese Guardian, sarebbe un colpo quasi mortale: la fiducia in Benedetto XVI, qualunque cosa questo significhi, è “crollata, dalla fine di gennaio, dal 62% al 39%”. Colpa dello “scandalo” pedofilia, che però non è che l’ultimo di una lunga serie di “scandali”, dall’Islam ai preservativi passando per i lefevriani. A differenza di quanto capitò al suo predecessore, questo papa non ha mai conosciuto l’osanna dei media. Ma il problema va oltre la persona di Ratzinger, meno “simpatico” di Wojtyla e quindi bersaglio più facile. Qualche tempo fa, Ernesto Galli della Loggia notò come “l’avvento della televisione ha voluto dire la virtuale trasformazione del Papa da capo della Chiesa di Roma in una figura della scena mondiale quotidianamente alle prese con l’opinione pubblica planetaria, per lo più non cattolica e neppure cristiana. Alle prese cioè con i media, che di tale opinione sono i servi-padroni”. Il che, continuava Galli, comportava, per il successore di Pietro, il rischio “di divenire prigioniero da un lato dell’obbligo del carisma, dell’obbligo di ‘venire bene’ in tv, di avere una congrua propensione scenica, di essere ‘simpatico’, dall’altro dell’obbligo del politicamente corretto da cui il conformismo mediatico fa dipendere di solito il proprio consenso. Insomma una specie di Dalai Lama con i paramenti pontificali”. Un pericolo reale, da non sottovalutare, al quale oggi Benedetto XVI ha forse voluto riservare un breve, ma significativo, accenno nel corso della sua omelia per la Domenica delle Palme: “(Gesù) ci conduce… verso il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti”. Anche Gesù, in fondo, prima della croce, conobbe quella che oggi chiamiamo “character assassination”.

Glasnost vaticana?

25 marzo 2010

L’accusa di aver “coperto uno scandalo” è sufficientemente vaga da poter essere scagliata anche contro un innocente. Ricorda la questione dei “silenzi”. E’ difficile difendersi dall’accusa di non aver fatto tutto quel che andava fatto, di non aver detto tutto quello che bisognava dire. L’onere della prova è rovesciato. Si deve ricostruire il contesto storico, ricordare la complessità dei problemi, dilungarsi in considerazioni sulle possibili conseguenze indesiderate di un atto all’apparenza opportuno, appellarsi al buon senso e al senso delle proporzioni. Ciò che inevitabilmente farà spazientire il moralista, che ci accuserà di voler difendere l’indifendibile ricorrendo a sofismi.

Lodevolmente Avvenire ha ricostruito la vicenda del prete americano i cui abusi sarebbero stati “coperti”, venti anni dopo i fatti, dall’allora prefetto della Congregazione della dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Ma un conto sono le precisazioni storiche (sempre benvenute), un conto è il mito della trasparenza. Nel nostro tempo la trasparenza, la gorbacioviana glasnost, è un feticcio che non tiene conto della malafede dei media, della complessità del reale e dei necessari compromessi che il vivere quotidiano comporta.

La vicenda di padre Murphy è in fondo molto simile, anche se meno grave, a quella di Marcial Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo al quale Benedetto XVI evitò la pena di un processo canonico in considerazione dell’età avanzata e delle precarie condizioni di salute, invitandolo a una vita appartata di penitenza e preghiera. Anche in quest’ultimo caso, che magari verrà riscoperto fra venti anni, si potrebbe far passare la prudenza del pontefice per ambiguità, accusandolo di aver voluto “coprire uno scandalo”.

I cultori della trasparenza ad ogni costo, i fautori dei gesti profetici, preferirebbero in casi come questi le scomuniche tonanti, le parole di fuoco, le punizioni esemplari. Ma il cristiano è realista e non può indulgere a un approccio inquisitorio, privo non soltanto di fede ma anche di umanità (lo storico “giustiziere”, di cui parlava Benedetto Croce). A chi governa la Chiesa (e gli Stati) non è richiesto di sradicare il male ma di combatterlo con i mezzi appropriati, in modo realistico e non ideologico, con la prudenza del riformista e non con il furore del giacobino.

E’ un discorso difficile, ma opporsi al moralismo giustizialista, che vede nella cautela una forma ipocrita di complicità, è doveroso, anche se mediaticamente non paga, visto che, come diceva il Solženicyn di Harvard, “penetrare in profondità i problemi è controindicato, non è nella sua (della stampa, ndr.) natura, essa si limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto”.

P.S. – Rileggendo il post, mi ha colpito questa frase: “il cristiano non può indulgere a un approccio inquisitorio”. Naturalmente il riferimento era alle Inquisizioni moderne e non all’Inquisizione propriamente detta, che dal paragone uscirebbe come modello di ragionevolezza e garantismo.

La mala información/2

12 marzo 2010

Ovvero: “il diritto per l’uomo di non sapere, di non ingombrare la sua anima divina di pettegolezzi, chiacchiere, oziose futilità”.

Anche la stampa (uso il termine “stampa” per designare tutti i mass media) gode naturalmente della massima libertà. Ma come la usa?

Lo sappiamo già: guardandosi bene dall’oltrepassare i limiti giuridici ma senza alcuna vera responsabilità morale se snatura i fatti e deforma le proporzioni. Un giornalista e il suo giornale sono veramente responsabili davanti ai loro lettori o davanti alla storia? Se, fornendo informazioni false o conclusioni erronee, capita loro di indurre in errore l’opinione pubblica o addirittura di far compiere un passo falso a tutto lo Stato, li si vede mai dichiarare pubblicamente la loro colpa? No, naturalmente, perché questo nuocerebbe alle vendite. In casi del genere lo Stato può anche lasciarci le penne, ma il giornalista ne esce sempre pulito. Anzi, potete giurarci che si metterà a scrivere con rinnovato sussiego il contrario di ciò che affermava prima.

La necessità di dare una informazione immediata e che insieme appaia autorevole costringe a riempire le lacune con delle congetture, a riportare voci e supposizioni che in seguito non verranno mai smentite e si sedimenteranno nella memoria delle masse. Quanti giudizi affrettati, temerari, presuntuosi ed erronei confondono ogni giorno il cervello di lettori e ascoltatori e vi si fissano!

La stampa ha il potere di contraffare l’opinione pubblica e anche quello di pervertirla. Così, la vediamo coronare i terroristi del lauro di Erostato, svelare perfino i segreti della difesa del proprio paese, violare impunemente la vita privata delle celebrità al grido «Tutti hanno il diritto di sapere tutto» (slogan menzognero per un secolo di menzogna, perché assai al di sopra di questo diritto ce n’è un altro, perduto oggigiorno: il diritto per l’uomo di non sapere, di non ingombrare la sua anima divina di pettegolezzi, chiacchiere, oziose futilità. Chi lavora veramente, chi ha la vita colma, non ha affato bisogno di questo fiume pletorico di informazioni abbrutenti).

È nella stampa che si manifestano, più che altrove, quella superficialità e quella fretta che costituiscono la malattia mentale del XX secolo. Penetrare in profondità i problemi è controindicato, non è nella sua natura, essa si limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto.

Aleksandr Isaevič Solženicyn, Un mondo in frantumi (Discorso di Harvard), 1978


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.