Secondo l’insegnamento biblico e patristico, l’essere umano è un’unità inscindibile di anima e di corpo: la persona non è quindi circoscrivibile al solo corpo o alla sola mente. E questi due elementi non sono solo uniti ma anche strettamente interdipendenti. Gli umori, le sensazioni, i dolori dell’uomo sono quasi sempre psicofisici: coinvolgono cioè parimenti il corpo e la mente. Ad esempio la rabbia, la brama, la depressione, la noia, ecc., come anche la scienza dimostra, sono malattie dell’anima, ma contemporaneamente anche del corpo: possono dipendere infatti da squilibri del sistema nervoso od ormonale, dall’assunzione di certe bevande o certi farmaci, dalla mancanza di sali minerali o di altre sostanze, e così via. Il nostro organismo corporeo ha quindi un ruolo molto più importante di quello che generalmente crediamo, in relazione alla nostra pace mentale e alla nostra interiorità.
Quelli che crediamo essere aspetti puramente mentali (così appunto la rabbia, i pensieri tristi o allegri, ecc.) sono invece semplicemente dei “meccanismi” del nostro organismo psicofisico. L’errore che compiamo sovente è quello di identificarci con questi nostri impulsi. Se una sostanza chimica con effetto narcotico presente in un certo cibo induce il mio stomaco a bramare quel cibo e di conseguenza il mio sistema nervoso trasmette questi stimoli al mio cervello, sono portato a pensare: “Io desidero quel cibo, sono io che lo voglio”. Se una martellante campagna pubblicitaria insinua nella mia mente, anche attraverso metodi neurolinguistici subliminali, che un certo prodotto è desiderabile e necessario, penso: “Quel prodotto mi piace; io credo che sia necessario; io lo voglio”. Ma non ci rendiamo conto che questo “io” e questo “io voglio”, non sono il nostro vero io, bensì solo una costruzione psicofisica condizionata da mille effimeri fattori esterni. Di fatto, quindi, la nostra presunta “libera volontà” non è altro che un agire meccanico, a mo’ di automi, sulla base di impulsi e stimolazioni. Dov’è allora il vero io dell’uomo e il suo libero arbitrio? Esso esiste, ma per identificarlo dobbiamo smetterla di identificarci con questi processi psicofisici, che i Padri chiamavano “passioni”. Quando cominceremo a renderci conto che “io non sono questa mia rabbia”, “io non sono questo mio desiderio”, “io non sono questi pensieri che mi attraversano lo schermo della mente”, allora e soltanto allora possiamo ritrovare il nostro io autentico, cioè la nostra vera identità (il cuore, lo spirito, l’anima) e possiamo anche tornare a pregare e a rivolgerci a Dio con una mente limpida e consapevole, e non invece agitata e annebbiata da continui pensieri, distrazioni, immagini.
Liberarci dunque dalle “passioni” e soprattutto dall’identificazione con esse, è un lavoro essenziale per ogni uomo, ma soprattutto per il credente, che vuole avere una mente capace di “pensare Dio”. Questo “lavoro interiore”, questa “pratica”, questo “allenamento”, come lo chiamano i Padri, è però oggi (e non solo oggi) sovente ignorato e trascurato dai cristiani: si pensa che queste siano cose da “psicoterapia” o da “meditazione buddhista”. Ma, ai fini del nostro discorso sul digiuno, non potevamo non richiamare l’importanza di questo aspetto all’interno della vita cristiana. Il digiuno è stato infatti sempre inteso dalla tradizione della Chiesa come uno strumento di questo “lavoro”.
Il primo passo, naturalmente, consiste nel prendere atto (attraverso una costante e sistematica opera di introspezione della mente e di attenta osservazione del proprio agire e reagire psichico, durante la vita quotidiana) della propria dipendenza dagli impulsi delle passioni e di come siamo letteralmente schiavi dei desideri, dei piaceri, dei gusti, delle emozioni, ecc. Molte volte, ad esempio, vorremmo dedicarci a qualche attività che riteniamo importante e utile (leggere un libro, pregare, aiutare qualcuno che ne ha bisogno…), ma “non ci riusciamo”, perché l’abitudine a mangiare continuamente ci tiene al guinzaglio e ci dice: “Devi mangiare qualcosa”, anche se avevamo pranzato appena due ore prima; e se stiamo per prendere un pezzo di pane, la golosità incalza: “Solo un po’ di pane? Cucinati un bel dolcetto”, e se mancano gli ingredienti: “Vai al negozio a comprarli”, e se in quel negozio non li troviamo: “Prendi la macchina e vai al supermercato”, e così via. Volevamo leggere, volevamo pregare, ma le “passioni” ce lo hanno impedito. Esse ci governano. Non siamo persone libere.
Ci accorgiamo allora di quanto sia assurdo tutto quel tempo, tutto quel frastuono e indaffararsi, tutto quel denaro speso “per servire il ventre come se fosse un sovrano implacabile” (Basilio, De ieiuno sermo). Ci rendiamo conto, come diceva Clemente di Alessandria, del “gran numero di malattie”, che credevamo solo innocui gusti ed abitudini: “l’amore per la carne a tavola, per il vino, per le donne, il libertinaggio e ogni genere di ricerca del piacere: e su tutto ciò regna sovrana la concupiscenza. Accanto a queste cose poi si moltiplicano, come loro sorelle, innumerevoli passioni, le quali tutte insieme costituiscono lo stile di vita libertino” (Paedagogus). Uno stile di vita in cui la libertà dell’uomo è ridotta al minimo: tutto quello che il soggetto compie è dettato non da lui stesso, ma dalle sue consuetudini inveterate, dai capricci della gola e della lussuria, dall’avidità, dalla paura, dall’attaccamento.
Presa coscienza della propria non libertà, bisogna di conseguenza intraprendere un lavoro spirituale per riacquistare la libertà. Questo lavoro è quello che generalmente chiamiamo disciplina ascetica (dal greco askesis, “allenamento”), in cui il digiuno ha un posto di assoluto rilievo. Esso consiste essenzialmente nell’esercitarsi a rinunciare ai piaceri, in modo tale da acquisire la capacità di farne a meno; e questo – va sottolineato – non perché essi siano in sé cattivi, ma solamente perché troppo spesso ne siamo dipendenti e condizionati, e ne siamo talmente soggiogati da essere incapaci di resistere, anche quando lo vorremmo.
Per questo motivo, nei giorni di digiuno si considerano vietati non solo la carne (ed eventualmente il vino, le uova, ecc.), ma anche tutti i cibi molto piacenti e allettanti. Soprattutto, “bisogna evitare quei cibi che, seducendo l’appetito, ci inducono a mangiare anche quando non abbiamo fame” (Clemente di Alessandria, Paedagogus), come capita molto spesso. Nei giorni di digiuno (e non solo) bisogna dunque accontentarsi di cibi “che abbiamo sotto mano” e “più banali”: “l’osservanza della Quaresima” e di ogni altro digiuno deve essere infatti “un freno alle vecchie brame” e non, attraverso la ricerca di cibi speciali, “l’occasione per nuovi piaceri” (Agostino, Sermones). I Padri poi suggeriscono di praticare l’ascesi anche nel bere (cioè frenare un po’ la voglia di bere acqua) e di non mangiare mai fino a raggiungere la completa sazietà, ma fermarsi prima; di evitare soprattutto quella pessima abitudine che consiste nell’avere sempre qualcosa in bocca o nel mangiare e bere ogni volta che se ne abbia l’impulso (cosa che non solo è contraria alla salute, ma è anche indice di una completa mancanza di autodisciplina e di padronanza di sé); e infine, come sappiamo, astenersi da certi particolari alimenti (carne, latte, uova…). “Non per la superstizione di un’osservanza – ci ricorda Origene -, bensì per la virtù della continenza” (In Leviticum homiliae), cioè per imparare a trattenersi e padroneggiarsi. Ora, se una persona non è capace di resistere a un dolce alla crema, ci si può forse aspettare che riesca a resistere alla seduzione, ben più forte, della libidine e dell’adulterio? Se vuole essere una persona che rimane fedele al proprio coniuge e capace di resistere al fuoco di un viso, di un corpo, di una voce piacenti, dovrà prima allenarsi a trattenersi di fronte al profumo di un arrosto. In questo senso “il digiuno è una scuola di autocontrollo (continentia)”, dice Ambrogio (De Elia et ieiunio).
E’ chiaro quindi che la “continenza”, intesa in questo senso, è una virtù fondamentale, per sviluppare la quale il digiuno è solo uno dei mezzi. Lo spiega molto bene uno dei grandi Padri siriaci, sant’Efrem: “Vi è una continenza della lingua: non dire parole inutili e superflue, trattenere la lingua dal parlare male degli altri, dall’imprecare, dal dire cose volgari, trattenere la lingua dal seminare zizzania, dall’accusare il prossimo, dal divulgare cose segrete e dal curiosare sulle faccende altrui. Vi è una continenza dell’udito: non mettersi ad ascoltare cose inutili. Vi è una continenza degli occhi: essere padroni della propria vista e non puntarla o lasciarla cadere su cose voluttuose o indecenti. Vi è una continenza dell’iracondia: padroneggiare la rabbia, cosicché non si incendi velocemente (…). Vi è una continenza riguardo ai cibi: vincere sé stessi e non cercare pietanze sovrabbondanti o leccornie, né mangiare fuori dalle ore stabilite, né lasciarsi tiranneggiare dallo spirito di voracità o dal piacere nel guardare la bellezza dei cibi, né desiderare continuamente alimenti diversi. Vi è una continenza riguardo al bere: controllarsi e non lasciarsi andare al bere vino, al gusto dei cibi raffinati, al bere vino con larghezza, né ricercare continuamente bevande diverse e il piacere di bibite artificiali…” (Sermo XII de continentia, secondo la versione greca)
Sempre in quest’ottica, i giorni di digiuno sono anche, per gli sposati, giorni di astinenza dai rapporti, un’astinenza consigliata per le stesse motivazioni per cui si consiglia l’astinenza dal cibo. (…)
Ma torniamo al discorso sull’utilità della disciplina del digiuno. Abbiamo visto quanto sia vantaggioso per gli uomini imporsi dei limiti ed esercitarsi alla rinuncia. Va aggiunto però che a questo scopo è di grande aiuto essere tenuti a rispettare regole e formalità “obbliganti”, dettate ad esempio dalla Chiesa. Spiega infatti san Basilio: “E’ bene decidere di astenersi per un certo tempo da qualche cibo o bevanda? (…) No, perché qualsiasi decisione presa secondo la propria volontà è pericolosa” (Regulae brevius tractatae); “la temperanza infatti consiste non nell’astenersi dai cibi materiali (…), bensì nella completa astensione dalla propria volontà” (ibid.). E molto utile dunque che ci atteniamo semplicemente alle regole della tradizione cristiana (sui cibi da cui astenerci in digiuno, sugli orari dei pasti, ecc.) in modo da ridurre al minimo la creatività e l’esuberanza della nostra volontà, essendo proprio essa che stiamo cercando di domare e disciplinare.